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Alcaraz e il tempo sospeso: il polso, la prudenza e un ritorno senza scadenze

È di sicuro un momento fondamentale nella carriera di Carlos Alcaraz e per una volta non c’entrano vittorie e trofei; c’entra la cosa più importante per un atleta: la salute. Il messaggio essenziale, quasi asciutto, affidato ai social è di pochi giorni fa: niente Internazionali BNL d’Italia, niente Roland Garros. Il resto lo sta raccontando la Spagna, pezzo dopo pezzo, dettaglio dopo dettaglio. Secondo quanto rivelato dal collega Angel Garcia di COPE, la diagnosi è chiara: tenosinovite al polso, un’infiammazione della guaina tendinea tanto comune quanto insidiosa nel tennis moderno. Non c’è rottura, ed è questo il primo vero sollievo. Ma il dolore è reale, concreto, limitante: nella zona del pollice, al punto da rendere complicato persino impugnare la racchetta, così come aveva già raccontato anche Feliciano Lopez, anche lui vittima dello stesso infortunio qualche anno fa. Una condizione che il circuito conosce bene, perché già nel 2016 aveva fermato anche Rafael Nadal. Il meccanismo è sempre lo stesso: la ripetizione ossessiva del gesto tecnico, le rotazioni, lo stress continuo su un’articolazione che nel tennis è tutto. E proprio per questo, paradossalmente, il problema non è tanto la gravità immediata quanto l’imprevedibilità del decorso. Il rischio evitato e la scelta della prudenza di Alcaraz Le parole di Garcia, riportate a El Partidazo de Cope, aggiungono un tassello decisivo: “È solo un’infiammazione, non c’è rottura, ma se avesse giocato a Parigi, avrebbe rischiato qualcosa di più serio”.Tradotto: la rottura. In questo contesto fermarsi è la cosa giusta da fare, una linea precisa, condivisa con il team, che passa attraverso un trattamento conservativo fatto di ghiaccio, immobilizzazione con tutore, riposo assoluto e terapia farmacologica per gestire il dolore. Nessuna scorciatoia, nessuna forzatura.In questo quadro, anche i riferimenti temporali diventano scivolosi. Il paragone con Nadal, circa due mesi di stop, resta un termine di paragone, non la verità assoluta. Si parla di un possibile rientro tra Queen’s Club Championships e Wimbledon, ma è una finestra teorica, non una scadenza.Perché la verità, più semplice e più scomoda, è un’altra: non esiste calendario quando si parla di questo tipo di infortuni. Il peso dell’assenza e una sola condizione per tornare Sono giorni inevitabilmente complessi per Alcaraz. Non solo per il ranking, i circa 3000 punti destinati a svanire, ma per ciò che rappresentano Roma e Parigi nel suo percorso, nel suo status, nella sua narrazione recente soprattutto in quello che è il momento da vivere con Jannik Sinner.Eppure, in questa scelta c’è anche una forma di maturità. La consapevolezza che la carriera è lunga, che il rischio di una ricaduta o, peggio, di una rottura tendinea, cambierebbe completamente prospettiva. Il team monitorerà settimana dopo settimana, adattando lavoro e recupero in base alle risposte del corpo. Senza forzare, senza anticipare. Perché in fondo il punto è tutto qui: Alcaraz tornerà solo quando sarà al 100%. Non prima, non per inseguire un torneo, difendere un titolo o i punti in classifica e, per una volta, il tempo, non è un avversario da battere, ma l’unico alleato possibile. ...

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